UNA QUESTIONE DI LOOK

 

Stavolta dal tribunale mi avevano chiamato per fare da interprete ad una vittima, francese. Quando arrivai al mio piano ed entrai in aula la vidi subito, seduta al banco con il suo avvocato, un anziano dagli occhi di un azzurro liquido che avevo già incontrato in altre udienze, e la sua mamma. Era giovanissima, una ventina di anni appena. Era magra magra, con poco seno, e aveva i capelli castani lunghi. Un visetto spaurito e due occhi fiduciosi che mi guardarono speranzosi quando le dissi che l’avrei aiutata a capire cosa si diceva in aula e a far capire ai giudici quello che lei aveva da dire. La adottai subito, nel mio cuore.

Quando fu chiamata al banco per testimoniare ci alzammo insieme e la precedetti indicandole la sua sedia. Lesse il giuramento ad alta voce ed il giudice iniziò a farle domande. Signorina, ci racconti come sono andati i fatti. Eccoli, i fatti: Inventiamo un nome per lei, Janine può andare. Janine era in crociera con la sua famiglia, mamma, papà e fratellino. Per i primi giorni tutto si era svolto senza incidenti e la vacanza procedeva tranquilla. Una mattina a pranzo scambiano due parole con un filippino addetto all’assistenza clienti, e da quel giorno Janine se lo ritrova sempre appresso. Il filippino compare per aiutarla coi bagagli, oppure per indicarle la via alla piscina o per farla scendere dalla nave quando ci sono le escursioni a terra. Insomma Janine non ci fa caso, pensa che siano solo le sue mansioni e che lui sia particolarmente gentile e professionale coi passeggeri. Ma una sera, mentre si trova da sola in cabina intenta a riposare prima della cena, sente bussare alla porta, apre senza pensarci perché sta aspettando che rientri il fratellino, e invece si infila in cabina il suddetto filippino. Il quale senza tanti giri di parole e senza complimenti la prende violentemente, la butta sul letto, le strappa i calzoncini e il costume e la violenta. A niente vale ribellarsi, lui le tiene una mano sulla bocca e con le ginocchia la tiene bloccata, riuscendo a portare a termine il suo scellerato proposito.

Cala il gelo in aula, Janine ha terminato, è stato doloroso ma lo ha fatto. Brava piccola. Adesso la parola va alla difesa, che controinterroga la vittima. E come mai sento un accento del nord? E come mai sono addirittura in due gli avvocati difensori? La compagnia di crociera ha mandato ben due dei suoi avvocati, non si è evidentemente fidata di cercarne nel foro di Napoli, essì che siamo una eccellenza nazionale, e questo non si può negare. ‘Sta cosa mi disturba un po’. Ma soprattutto come mai fanno queste domande così tendenziose alla mia vittima? Stanno voltando la frittata, stanno facendo sembrare lei la bugiarda. Che cosa indossava? (E che c’entra???) Aveva lei mai dato da parlare al filippino trovandosi a tu per tu? (si, avvocato, si chiama educazione) Ci spieghi nei particolari in che modo l’ha violentata. Le ha toccato il seno? Come ha fatto a liberarsi dei pantaloni? Ma il seno sinistro o il destro? E se le toccava il seno, come poteva tenerla ferma? E come poteva avere anche una mano sulla bocca? Insomma un interrogatorio vergognoso, che avevo difficoltà perfino a tradurre!

La piccola vittima era sempre più spaesata e adesso sembrava molto in imbarazzo e anche spaventata.

Ce ne torniamo al posto e sale sul banco dei testimoni un altro filippino, collega dell’imputato e presente sulla nave fra l’equipaggio quel giorno. Nella sua testimonianza asserisce di aver visto i due baciarsi fuori la cabina di lei e poi entrarvi insieme.

I due avvocati del nord sembrano tronfi e soddisfatti e si guardano sornioni. Gli chiedono di indicare alla corte la ragazza di cui sta parlando, se in aula. E lui indica Janine.

I giudici, impassibili come sempre, adesso guardano la ragazza con un certo interrogativo nello sguardo, come a voler scrutare la sua buona fede.

La seduta viene sospesa per qualche minuto per dare il tempo all’avvocato della parte offesa di preparare il controinterrogatorio del testimone e valutare la scioccante testimonianza appena ascoltata.

Usciamo dall’aula Janine, sua madre ed io, mentre l’avvocato si trattiene a consultare le sue carte.

Sedute sul muretto fuori dall’aula, la madre di Janine mi racconta che la ragazza dopo quell’episodio ha avuto una forte depressione, non è riuscita neanche a tornare a scuola e ha così perso l’anno della maturità, che ha dovuto rifare da privatista. Mi confida che è in cura da uno psicologo e che, nonostante siano passati oltre due anni, ancora non la vede sorridere. Madame, regardez, madame, mi fa, guardi dottoressa, guardi qua, mostrandomi delle foto sul telefono, che fiore che era e come si è ridotta. Guardo il suo display e resto di stucco. Cavolo, era bionda! Era formosa, almeno 10 kg in più di adesso, aveva un bel seno prorompente… insomma non sembra lei, davvero.

Ma allora…. mi viene un’idea. Corro dall’avvocato col telefono della mamma ancora in mano. Gli mostro le foto di una Janine che ormai non c’è più. Avvocato, sa quante persone ci sono su una nave da crociera a pieno carico? Mediamente dalle 3 alle 4500 persone. Come può il testimone riconoscere la vittima che era così diversa all’epoca dei fatti? Guardi, guardi queste foto! Non potrebbe essersi confuso? Non potrebbe mentire per salvare il culo non tanto al suo collega quanto alla compagnia multimiliardaria e sua datrice di lavoro?

L’avvocato alza la testa dalle sue carte, mi ascolta mentre guarda le foto, poi mi guarda negli occhi con un mezzo sorrisetto. Sembra contento, anzi no, sembra determinato. Non dice niente. Chiede solo alla signora di tenere un attimo ancora il telefono. Scarabocchia degli appunti.

Quando la corte rientra e l’udienza riprende l’avvocato sa come incalzare il filippino. Gli bastano due domande chiare e il filippino è smascherato: la prima, di che colore aveva i capelli la vittima all’epoca dei fatti? La seconda, quante persone ci sono mediamente a bordo della nave nei mesi estivi?

È una magia e resto sempre affascinata dall’eloquenza e dalla proprietà di linguaggio degli addetti ai lavori. Penso che la lingua italiana è proprio bella, ne sono orgogliosa.

Intanto l’avvocato sta mostrando le foto della Janine di 2 anni fa alla corte, e la cosa sembra colpire tutti, perché la differenza fra la ragazza presente in aula e quelle foto è davvero impressionante.

Adesso i due avvocati non sorridono più, si guardano perplessi e scuotono il capo sconsolati.

L’udienza si conclude con la loro richiesta di aggiornarsi per poter analizzare a fondo la documentazione presentata dalla parte offesa (le foto?), la seduta è aggiornata a data da destinarsi e usciamo tutti dall’aula un po’ sollevati.

Il mondo è proprio piena di gente cattiva ed egoista, mi dice la mamma di Janine, mentre l’avvocato mi sussurra all’orecchio, ma anche di gente sveglia come lei, dottoressa… da Torino li avevano mandati quei due avvocatoni, e dovevano incontrare una napoletana in aula, è stata questa la loro ciorta 😉

Ci salutiamo scambiandoci amicizia su facebook per rimanere ancora in contatto, cosa che infatti è avvenuta, adesso il mio compito è terminato e non credo che Janine dovrà più tornare a Napoli. Ci abbracciamo. Sento quelle ossicine fragili e l’odore di shampoo che hanno i suoi capelli. Dolce Janine. Che la vita ti tratti bene, d’ora in poi. Altrimenti dovrà vedersela con me ;-)… Hai sofferto abbastanza, tu.

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